Il Referendum. Fatti e opinioni.

Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?

Il 22 ottobre 2017 i Veneti (ed i Lombardi, ma qui parlerò solo dei primi, essendo io uno di essi) saranno chiamati alle urne per esprimere la loro opinione, attraverso un referendum consultivo, sull’autonomia della propria regione. In vista delle numerose tornate elettorali del 2016, dove in tutto il mondo gli elettori hanno sovente espresso le proprie scelte in base ad informazioni spesso fuorvianti, mi sembrava doveroso esprimere qualche pensiero a riguardo. Magari non lo leggerà nessuno, ma anche solo lo scrivere queste parole mi ha aiutato a riflettere sulla questione.

Sia chiaro che l’intenzione di questo articolo non è farvi pensare come il sottoscritto. No, non è il mio stile. Esporrò i fatti, oggettivi, seguiti dalla mia opinione a riguardo, soggettiva. Entrambe le cose sono da intendere come spunti per la riflessione che ogni elettore informato deve fare, prima di recarsi alle urne per il dovere civico che l’attende.

Innanzitutto i fatti. Questo referendum nasce qualche anno fa, essendo stato istituito da una legge regionale promulgata nel 2014. E’ importante sottolineare che riguarda l’autonomia, non l’indipendenza, per la quale era stato ideato un altro referendum ad-hoc, poi prevedibilmente respinto dalla Corte Costituzionale, la quale ha anche bocciato gran parte dei quesiti del primo referendum, che andavano contro altre leggi della Repubblica (e lo statuto del Veneto), limitandone fortemente lo scopo.

Resta così una semplice domanda, quella indicata all’inizio del presente articolo, che, in caso di risposta affermativa (e raggiungimento del quorum, in questo caso la maggioranza degli aventi diritto) darà al governo regionale il mandato di elaborare proposte/legislazioni, destinate ad aprire i negoziati con Roma, per cercare di ottenere un grado di autonomia del Veneto superiore a quello attuale (che è pari alle altre regioni non a statuto speciale).

Il referendum consultivo, come già indicato all’inizo, si terrà il 22 ottobre 2017, ovvero nel 151° anniversario del discusso plebiscito che sancì l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, avvenuto nel 1866.

Passiamo alle opinioni. Quando sentii parlare per la prima volta di referendum, pensai che riguardasse l’indipendenza. Ciò implicava due cose: che non sarebbe servito a nulla (infatti la Corte Costituzionale ha bocciato la proposta di effettuarlo), e che avrei votato no. Sono un Veneto, di famiglia veneta da generazioni su generazioni, ma sono anche Italiano. Non solo geograficamente (il Veneto fa parte della penisola italica), o politicamente (il Veneto è una regione della Repubblica Italiana), anche moralmente: mi sento Italiano, e sono fiero di esserlo. Così come sono fiero di essere parte di un sottoinsieme di Italiani, i Veneti. Una delle regioni più belle e importanti d’Italia (anche se la mia opinione, logicamente, è di parte).

Poi ho scoperto che la consultazione riguarda l’autonomia. Bene, la cosa inizia ad avere senso. Sebbene non sia a favore dell’indipendenza, di certo non mi oppongo all’autonomia, anzi. Tuttavia esiste un piccolo particolare: ho sempre odiato il concetto di regione a statuto speciale. E l’autonomia ci porterebbe, nella migliore delle ipotesi, ad essere innalzati sullo stesso piedistallo delle 4 regioni (e 2 province) che già lo sono, e, in quanto tali, vengono spesso criticate dalle altre 15, noi inclusi.
Non sarebbe meglio, come ho spesso auspicato, che queste 15 regioni lavorassero insieme per eliminare lo statuto speciale, a mio parere obsoleto? In fondo 15 è un numero maggiore di 5, soprattutto se tra le 15 in questione ve ne sono 2 (Veneto e Lombardia) la cui somma dei PIL è pari ad oltre 2,5 (sì, due virgola cinque) volte il prodotto interno lordo complessivo di tutte le regioni a statuto speciale (fonte: dati ISTAT 2012). In fondo oggi viviamo in un mondo socialmente dominato dalle leggi dell’economia. Certo, è un’utopia, ma levare i privilegi a qualche regione vuol dire avere una torta più grande da ridistribuire.

Da non trascurare, analizzando questo referendum, la componente politica. In entrambe le regioni, i governatori appartengono allo stesso partito politico, che dell’indipendenza (o maggiore autonomia) dallo stato centrale ha sempre fatto il suo cavallo di battaglia. La stessa scelta di tenerlo in un anniversario così importante non lascia molto spazio all’immaginazione. Si potrebbe continuare la riflessione, teorizzando che, non essendo l’esito del referendum particolarmente vincolante (in caso di vittoria si potranno aprire negoziati, ma nulla è garantito), lo scopo dello stesso sia solo il perseguimento di una vittoria politica, una tacca da incidere sul proprio fucile per aumentare il morale (o l’elettorato) in vista delle prossime elezioni.

Mi ha sempre fatto sorridere un dettaglio: molte persone a favore dell’indipendenza del Veneto considerano il plebiscito del 1866 una farsa. Anch’io, onestamente, la penso così (mi pare strano che, su quasi 650mila votanti, ci furono più schede nulle -371- che voti contrari – 69), ma credo sia chiaro che esso fu solo un modo di legittimare la già avvenuta conquista militare. Tornando alle persone che citavo prima, molte di esse si riconoscono in partiti nazionalisti/populisti, alcuni dei quali vantano buoni rapporti con l’attuale governo russo, che non mancano di difendere a spada tratta. Anche quando è reo di aver tenuto un referendum, da molti considerato pieno di brogli, per annettere a sé una parte di uno stato sovrano. Due pesi, due misure.

Non mi dilungo sulla questione economica: logicamente una consultazione referendaria ha dei costi, ed è condivisibile l’opinione di molti secondo cui siano soldi sprecati, che potevano essere impiegati in maniera più concretamente costruttiva nel breve termine (sanità, infrastrutture, ecc.). Ma, trattandosi di decisioni già prese e soldi già spesi, lamentarsene non serve a molto.

Per concludere: cosa voterò io? Ancora non lo so. Da un lato, visto lo status quo attuale, ritengo che perseguire un po’ di autonomia in più possa solo che far bene al Veneto. Dall’altro mi piacerebbe che si lavorasse concretamente per abolire i vantaggi, piuttosto che crearne di nuovi. E non vorrei prestarmi alle speculazioni politiche di qualche partito, essendo il mio interesse, su questa questione, solamente verso la nazione (Veneta ed Italiana).

Una previsione la posso fare: secondo me vincerà il sì, ma ci saranno problemi a raggiungere il quorum (probabilmente di poco). Ritengo si ripeterà il caso di aprile 2016, con il referendum “sulle trivelle”, dove andò a votare solo chi era a favore, mentre chi era contrario (o semplicemente svogliato) si astenne, risparmiandosi la coda al seggio, ed ottenendo lo stesso risultato, visto che l’astensione provoca la riduzione dei votanti, rendendo difficile il raggiungimento del quorum. Anzi l’astensione è un rifiuto più forte del voto contrario, visto che andando a votare no si finisce per legittimare la consultazione, dando ai sì maggiori possibilità di vittoria. Proprio l’astensione è l’unica cosa che son certo di evitare: è una di quelle occasioni importanti, testimoniata dal fatto che sembra essere una questione bipartisan, con partiti di governo e opposizione che appoggiano entrambi il sì.

Quanto al possibile esito, beh, in caso di vittoria del no, semplice, non cambia nulla. In caso di vittoria del sì, si pongono due scenari: con o senza raggiungimento del quorum. Se il quorum non viene raggiunto, probabilmente la vittoria mutilata che ciò comporterà servirà solo alla retorica delle forze che hanno sostenuto il referendum, come dimostrazione di una promessa mantenuta agli elettori e di coerenza con l’ideologia di partito. Una vittoria politica, insomma.

In caso di vittoria piena del sì, con raggiungimento del quorum, la Giunta regionale avrà il via libera per iniziare a pianificare strategie e negoziati per poter perseguire l’autonomia. Concretamente? Il referendum non contiene disposizioni reali (del tipo “ci teniamo più soldi delle tasse da noi versate”). I quesiti relativi a diverse politiche fiscali e legislative sono stati bocciati dalla Corte Costituzionale, non essendo legittimi in base alle leggi vigenti. Possiamo al massimo iniziare dei negoziati, con lo Stato Italiano, il che è già in sé uno svantaggio per noi Veneti: noi vogliamo cose da loro, ma non abbiamo nulla da poter offrire. Certo, possiamo minacciare di non pagare le tasse, facendo collassare i governi locali e le aziende, o di passare alle armi (tanko anyone?), ma sono ipotesi abbastanza irrealistiche. Secondo me i negoziati, nella migliore delle ipotesi, si protrarranno per anni e difficilmente porteranno a cambiamenti epocali. Saremo noi (e forse la Lombardia, in base a come andrà da loro), contro tutti, un po’ come i negoziati di Brexit, che non stanno andando molto bene per il Regno Unito. Non bisogna poi trascurare che siamo quasi a fine legislatura, pertanto esiste la possibilità che il tutto venga magicamente “spazzato sotto il tappeto” durante la transizione.

Per tirare le somme: l’ottimista in me voterebbe sì, tanto non costa nulla e, a differenza di Brexit, qualsiasi esito non dovrebbe far danni all’infuori della politica (nel mondo reale in cui viviamo). Certo, la possibilità di cambiamenti concreti è esigua, tuttavia l’occasione per perseguirli non è da scartare alla leggera. Vedremo che accadrà il 22 di ottobre.

Una nota sul quesito. La scelta di dare del tu agli elettori non è che mi vada a genio. In Lombardia usano un più serio “Volete voi”, che avrei di gran lunga preferito.

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